COME REAGIRE ALLE AGGRESSIONI E ALLE ACCUSE RIVOLTE A NOI DEL SUD ?

 

Salerno, 8 Maggio 2010

 

Ambrogio IETTO

 IL MEZZOGIORNO E L’UNITA’ D’ITALIA

 

Va dato atto al Capo dello Stato dello sforzo straordinario che va compiendo per partecipare al Paese che celebrare l’Unità d’Italia non è tempo perso né denaro sprecato. Di questo avviso, invece, è l’intera squadra della Lega a partire dal suo capitano Bossi. Così il meridionale – campano Giorgio Napolitano rimane l’unico, autorevole referente istituzionale a sostenere a chiare lettere che ‘ non è retorica reagire a tesi storicamente infondate ’. Per il resto, a cominciare dal presidente del Consiglio Berlusconi e dai ministri e collaboratori a lui più vicini, si preferisce evitare pronunciamenti nel merito o, semplicemente, si tenta di ridimensionare il contenuto e il tono delle ricorrenti  dichiarazioni proferite dai vari Calderoli, Castelli, Maroni, tutte piuttosto critiche verso i festeggiamenti collegati ai 150 anni dell’unità d’Italia.

Non è deduzione forzosa capire che questo è uno dei temi caldi all’interno della coalizione di centrodestra e che al Cavaliere, anche a causa dei rapporti particolarmente tesi con Fini, non conviene confutare le posizioni leghiste.

Al comune osservatore, però, non sfugge che, dietro questa questione, apparentemente soltanto simbolica e celebrativa, si nascondono una strumentale interpretazione da parte della Lega delle vicende che determinarono il processo unitario e la contestuale, ferma critica, su come la cosiddetta ‘ questione meridionale ‘ sia stata affrontata e gestita dai politici del Sud in particolare nel corso dei sessanta anni dell’Italia repubblicana.

Dal punto di vista storico Antonio Polito, attuale direttore de ‘Il Riformista ’, meridionale di Castellammare di Stabia e con un percorso politico abbastanza tortuoso iniziato col gruppo maoista dei Comunisti Italiani e temporaneamente concluso come senatore de ‘La Margherita ‘, sostiene che fu proprio il Mezzogiorno ad esprimere riluttanza e ribellione verso il processo unitario soprattutto attraverso le esperienze piuttosto violente del brigantaggio e della repressione.

La fondatezza di questa tesi trova conferma già nella spedizione dei Mille, l’evento che in misura determinante rende possibile l’avvio dello Stato unitario e del quale proprio in questi giorni si celebra, tra Quarto, Marsala e Calatafimi, l’anniversario dei 150 anni.

Come si ricorderà già all’inizio del 1860 la Sicilia manifesta segnali di vivace inquietudine nei confronti del regno borbonico. Accanto al movimento separatista, però, si va rafforzando anche l’ideale unitario tanto da spingere Vittorio Emanuele II ad inviare nell’isola un suo uomo di fiducia, Enrico Bensa, per prendere contatti con un gruppo di aristocratici moderati. Molte speranze per un auspicato intervento sono riposte in Garibaldi che, però, ipotizza una sua  iniziativa  soltanto se successiva all’avvio, da parte dei patrioti siciliani, di un forte moto rivoluzionario.

Insomma il Nizzardo non vuole fare la fine dei Fratelli Bandiera, trucidati nel vallone di Rovito nei pressi di Cosenza, e di Carlo Pisacane, sbarcato coi suoi ‘ trecento ‘ tra Villammare e Sapri, nel golfo di Policastro, ed assassinato a Sanza in provincia di Salerno.

Alla fine, nonostante l’indisponibilità del re ad affidargli il comando di una brigata dell’esercito, egli intraprende la spedizione con poco più di mille volontari, prevalentemente professionisti, studenti, artigiani ( si contano, tra gli altri, 250 avvocati, 100 medici, 50 ingegneri, 20 farmacisti, una decina di artisti, un centinaio di commercianti ). In stragrande maggioranza provengono dal Nord con una prevalente presenza di bergamaschi, che ammontano a 163 unità, e di ben 154 liguri. Appena un centinaio, invece, i sudditi borbonici.

La spedizione, come si sa, avrà esito felice e la marcia di Garibaldi verso Teano per l’incontro col re non incontrerà forti resistenze, svolgendosi, in prevalenza, tra folle esultanti.

Il riferimento piuttosto dettagliato ad alcuni aspetti dell’epopea dei Mille conferma il prioritario interesse del movimento unitario del Nord ad annettere al nascente Stato unitario anche il Regno delle Due Sicilie. La presenza, all’interno della spedizione, di un consistente numero di laureati e di diplomati conferma come l’adesione all’iniziativa di Garibaldi, oltre ad essere espressione  di una forte spinta ideale, rappresenti anche il frutto di un’attenta, ponderata, responsabile valutazione. All’indomani dell’annessione, però, cominciano a riemergere manifestazioni di insofferenza che già in precedenza, esattamente nel 1817 e nel 1821, avevano spinto i Borboni a cruenti interventi repressivi.

Il processo di erosione del feudalesimo, la concentrazione della terra in mani private, il conseguente capitalismo sono fenomeni da tempo consolidati nel Mezzogiorno e che, con l’unificazione, giustificano, in particolare da parte delle classi meno abbienti, l’attesa dell’immediato varo di una radicale riforma agraria. L’alleanza solida che si concretizza sempre di più tra nobiltà e proprietari terrieri meridionali e la borghesia liberale del Piemonte ostacola, però, di fatto l’emanazione dell’auspicato provvedimento. Un marcato accentramento politico- amministrativo, i forti inasprimenti fiscali, l’arruolamento obbligatorio delle giovani leve per il servizio militare, le tante ambizioni defraudate, la non celata spinta autonomistica, il sensibile aumento del costo di prodotti essenziali quali il pane e il sale, rappresentano ulteriori motivi di insoddisfazione opportunamente fomentati dagli uomini di Francesco II di Borbone rifugiatosi, intanto, a Roma sotto protezione dello Stato pontificio.

Giovani renitenti alla leva introdotta dal novello Stato unitario, militari appartenenti alle sconfitte truppe borboniche, detenuti evasi dalle carceri, tanti scontenti e reazionari costituiscono le risorse umane che, dotate di efficienti arme, vengono lanciate alla macchia sotto forma di bande brigantesche.

Il germe della ribellione si diffonde sempre di più tanto da contare decine di migliaia di aderenti al brigantaggio, fenomeno favorito anche da montagne fitte di boschi, dalla mancanza di un razionale sistema viario, dall’inefficienza della disorientata milizia nazionale, dall’impreparazione del governo centrale.

Man mano l’originario carattere politico della lotta si trasforma in dissenso sociale da parte di contadini, di pastori e del proletariato urbano contro la borghesia cittadina e i proprietari terrieri. Nel maggio 1863 il parlamento nazionale, ritenendo insufficiente la legislazione ordinaria, approva la legge promossa dal deputato abruzzese Giuseppe Pica che consente la repressione di qualunque resistenza,  l’istituzione di tribunali militari sul territorio, l’applicazione dello stato d’assedio, la sospensione dei diritti costituzionali, la punizione collettiva, le rappresaglie anche contro interi villaggi.

A distanza di poco più di due anni il fenomeno del brigantaggio è annientato ma si contano decine di migliaia di morti, di arrestati, di condannati.

Gli eventi raccontati, dunque, danno forza alla tesi di un Mezzogiorno non proprio entusiasta dell’avvenuta unificazione. L’insoddisfazione è espressa da subito anche in forma letteraria con pregevoli e documentati contributi.

Particolarmente significative le ‘ prime ’ e le ‘seconde lettere meridionali ‘ dello storico e politico napoletano Pasquale Villari in cui si evidenziano le condizioni di miseria materiale e morale del Sud che, in quanto tema di studio, di indagine e  di ricerca economica e socio – politica, nobiliterà la cosiddetta questione meridionale alimentata dagli studi preziosi del toscano Leopoldo Franchetti, dei lucani Giustino Fortunato e Francesco Saverio Nitti, del pugliese Gaetano Salvemini, dell’irpino Guido Dorso, dei napoletani Francesco Compagna e Giuseppe Galasso.

Il fascismo, pur con tutti i suoi limiti e le sue contraddizioni, rende possibile la bonifica di aree territoriali importanti del Mezzogiorno, quali la Piana del Sele, l’Agro Pontino, il Tavoliere di Puglia, il riordinamento delle ferrovie, la costruzione di nuove strade.

Sicuramente è con l’avvento delle istituzioni repubblicane che prendono corpo scelte politiche mirate specificamente allo sviluppo del Sud d’Italia. Nel 1950, infatti, è istituita la Cassa per il Mezzogiorno che, mentre nei primi anni finanzia solo opere pubbliche, portando quasi esclusivo vantaggio all’industria settentrionale che se ne aggiudica la realizzazione, fino al 1984, anno in cui è messa in liquidazione, concretizza interventi di sostegno diretto all’industria meridionale con incentivi finanziari, contributi a fondo perduto ed agevolazioni fiscali.

Agli innegabili progressi in campo economico  prodotti dalla Cassa si accompagnano, purtroppo, autentici saccheggi del territorio, improduttive ‘ cattedrali nel deserto ‘, grandi impianti incapaci di funzionare per la mancanza di adeguate infrastrutture.

Anche interventi straordinari, imposti da imprevedibili e tragici eventi naturali, quali i terremoti del 1968 nel Belice  e del 1980 al confine tra Campania e Basilicata, costituiscono occasioni da non perdere per allargare in dimensioni scandalose l’area del sisma, favorire la realizzazione di consistenti opere pubbliche inutili, incentivare la speculazione dei privati, determinare di fatto la penetrazione della malavita organizzata nell’attuazione e nella gestione degli interventi.

Comuni, province e regioni, purtroppo,  si trasformano negli ultimi decenni in sedi privilegiate di spregiudicato affarismo e di conseguente spreco di denaro pubblico: non di rado le opere progettate non hanno una prioritaria finalità sociale e la loro realizzazione, contraddistinta da voluto e strumentale pressappochismo, consente di soddisfare l’ingegnosità famelica delle organizzazioni malavitose e l’insaziabile avidità di amministratori disonesti e privi di ogni scrupolo.

Un contenuto prodotto interno lordo, un rallentamento consistente dell’attività produttiva, l’elevato tasso di disoccupazione giovanile, la fuga verso il Settentrione e l’estero delle intelligenze migliori e più creative rappresentano i riferimenti oggettivi di un inarrestabile processo regressivo che investe il Sud d’Italia.

Particolarmente vivace, però, si rivela ogni competizione elettorale finalizzata al rinnovo dei consessi deputati a gestire gli organismi autarchici. La necessaria ricerca del consenso in un contesto socio – economico deprivato molto spesso si trasforma in una trattativa – accordo tra l’aspirante alla carica e chi gli deve assicurare il voto che, dal canto suo, aspira invece ad un posto di lavoro per il figlio laureato disoccupato o ad una concessione amministrativa particolare oppure all’appalto di un’opera pubblica da realizzare.

Un simile quadro complessivo, per nulla esagerato, della situazione attuale del nostro Mezzogiorno consente, in particolare nell’attuale fase di avvio delle celebrazioni per i 150 anni dell’unità d’Italia, di raccogliere giudizi ed apprezzamenti impietosi da più parti: così lo psicologo irlandese Richard Lynn, non nuovo all’elaborazione di teorie piuttosto discutibili, che giudica noi meridionali meno intelligenti degli italiani del Nord a causa della pregressa mescolanza genetica con popolazioni del Medio Oriente e dell’Africa; il periodico inglese ‘ The Economist ‘ che, tracciando un’immaginaria cartina dell’Europa, stacca il Mezzogiorno d’Italia dal Nord del Paese, lo definisce in modo dispregiativo ‘ bordello ‘ e suggerisce la creazione di un’unione monetaria con la Grecia; Enrico Letta, esponente del partito democratico, che sostiene come l’ipotetica estrapolazione delle medie macroecomiche della Campania da quelle dell’intero Paese, vedrebbe l’Italia attestarsi ad un livello di competitività pari a quello della Francia e non lontano dagli standard della Germania; infine, selezionando fior da fiore, l’esecrazione del neo – governatore del Veneto Luca Zaia, già ministro dell’agricoltura, il quale lancia  il suo ‘Vergognatevi ‘ai tanti pubblici amministratori del Sud che, oltre a non far funzionare la sanità, ad affidare il governo del territorio alla criminalità, a far pagare anche il 500 per cento in più un chilometro di autostrada, ‘mantengono inutilmente 30 mila operai forestali, decine di migliaia di lavoratori socialmente utili, uno sterminato esercito di falsi invalidi ‘. Cosa rispondere a questa successione continua e sempre più mirata di aggressioni spesso strumentali e di accuse non di rado fondate?

Gianfranco Viesti, economista pugliese, in un agile volume dal titolo provocatorio ‘ Abolire il Mezzogiorno ’ individua come prioritario impegno per favorire un reale sviluppo del Sud il reclutamento e la formazione di rinnovate, capaci ed oneste classi dirigenti cui affidare il governo della politica, dell’economia e della comunità sociale nel suo complesso. Si tratta, in parole semplici, di imparare a governarsi. Solo così, grazie ad un’accorta e coraggiosa regia, risulta possibile autopromuovere un vero, significativo sviluppo.

Vanno definitivamente abbandonate, pertanto, le rivendicazioni piagnone, le lamentazioni strumentali alla richiesta di continue risorse finanziarie, le opportunistiche adesioni all’Italia unitaria. L’invito di Bossi alla sobrietà dei festeggiamenti  non risulta, dunque, del tutto fuori luogo. Sventolare il tricolore significa manifestare l’impegno personale e collettivo di voler responsabilmente contribuire ad un radicale anche se doloroso rinnovamento della politica e del governo nel nostro Sud.

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