IL NECESSARIO, ESSENZIALE APPORTO DELLA SCIENZA E DELLE STRUMENTAZIONI TECNOLOGICHE NON PUO’ INDEBOLIRE O ANNULLARE LA DIMENSIONE DELL’UMANITA’, PREROGATIVA PRIMARIA DELLA PROFESSIONE MEDICA

 

Salerno, 6 Febbraio 2014

 

Ambrogio IETTO

 

Il rapporto medico – paziente in piena crisi

A tutti noi capita di aver bisogno di una visita medica ospedaliera o di recarci nelle strutture sanitarie pubbliche per testimoniare ad un congiunto o ad una persona amica la nostra solidale partecipazione ad un’esperienza di sofferenza e di privazioni. In questi casi è piuttosto diffusa la consapevolezza di accedere in un luogo non di rado contraddistinto da carenze strutturali, da strumentazioni deficitarie, da richieste avanzate da un pubblico numeroso e, a volte, anche irritato per la lunghezza esasperante delle attese o per la ricorrente disfunzione dei servizi.

A tanti succede anche di recarsi per un consulto presso lo studio privato di un medico specialistico a cui si affida il compito di confermare  o meno una diagnosi o una terapia. In ogni caso si ripropone il rapporto tra medico e paziente che, oggettivamente, oggi risulta essere sempre più in crisi.

Le cause sono molteplici soprattutto se riconducibili a strutture e servizi fatiscenti. Sul piano più generale la letteratura di settore attribuisce lo stato critico di questa relazione allo sviluppo delle scienze e delle tecnologie che orientano l’attenzione del medico più sulla malattia che sul paziente, incidendo in misura rilevante sulle interazioni cliniche, sulla dimensione colloquiale del rapporto, sulla stessa formulazione della diagnosi.

Così non di rado il paziente, grazie alla biomedicina, scienza pur preziosa per la pratica medica,  è ridotto ad una comune cartella clinica con la conseguente depersonalizzazione della relazione, la parcellizzazione delle conoscenze e il ridimensionamento notevole dell’ascendenza e del carisma del medico.

Insomma siamo in un’era in cui il tecnicismo clinico, la strumentalizzazione elevata a sostituti della pratica medico – clinica, la ricostruzione piuttosto asettica di dati, di valori numerici e di risultati oggettivi fanno soccombere la personalità dello stesso medico che, di fatto, si ritrova espropriato della visuale globale del caso, dell’organismo e, soprattutto, della persona del paziente  considerato come sintesi unitaria di un patrimonio cognitivo, di inevitabili condizionamenti antropologici e di  prevalenti dinamiche emotivo – affettivo – relazionali.

La carenza di empatia, la prevalente e disagiata percezione di estraneità, il personale stato di smarrimento invadono la psiche del paziente mentre la figura del medico appare sempre più scissa tra scienza e burocrazia, tra risultanze degli esami clinici e strumentali effettuati  e il conseguente, meccanicistico e molto probabile quadro diagnostico.

La personale salute di ognuno di noi non può essere tutelata soltanto dal punto di vista strettamente scientifico. La coppia medico- paziente ha un essenziale bisogno di recuperare il meglio delle capacità relazionali e comunicative di entrambi i soggetti  che la costituiscono.

La disponibilità all’ascolto, pertanto,  si ripropone come qualità fondamentale di ogni attività professionale che presuppone l’incontro tra persone. Il rapporto tra medico e paziente assume, in dimensione laica, una dignità confessionale contraddistinta dal bisogno di comunicare del secondo e dalla paziente apertura alla pratica  dell’ascolto da parte del primo. Certamente entrambi sono terribilmente condizionati da una vita frenetica, contraddistinta da rapidi spostamenti, da un ricorrente accumulo di tensioni e da un inevitabile, ragionieristico calcolo del fattore tempo.

La ricomposizione di una pedagogia del dialogo e dell’interlocuzione intelligente, pur segnata dalle inevitabili emozioni, è condizione essenziale per tentare di umanizzare l’approccio clinico. Se poi l’incontro si chiude anche con  un sorriso non di convenienza e da un’espressività facciale orientata alla fiducia e alla speranza tanto meglio.

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