DON GIULIO CIRIGNANO: LA CHIESA C’E’ DOVE SI ACCOGLIE IL VANGELO E SI PROFESSA CHE GESU’ E’ IL SIGNORE

Vivere l’odierna stagione religiosa
di Don Giulio Cirignano – Biblista emerito
Dopo la pausa estiva, riprendiamo il nostro cammino. Continuiamo a pensare soprattutto perché intendiamo vivere intensamente la stagione che, da un punto di vista religioso, stiamo attraversando. Stagione complessa. Possiamo tentare di descriverla indicandone alcuni aspetti.
Al primo posto metterei la memoria dell’evento conciliare. Man mano che passano gli anni e ci allontaniamo da esso il ricordo si ferma con gioia mista a delusione su i punti caldi di quella straordinaria vicenda. Gioia perché furono acquisizioni importanti, delusione perché non hanno avuto il seguito e lo sviluppo che ci saremmo aspettati e che avrebbero meritato. Percorsi iniziati e poi stranamente interrotti.
Ne indico rapidamente alcune di quelle acquisizioni. Fanno parte del nostro vissuto religioso e, pur con molte indecisioni, hanno messo radici nella nostra mente. Basterà ricordarle per identificarle immediatamente come punto di arrivo di un’appassionata preparazione ma anche punto di partenza per sviluppi che, purtroppo, si sono verificati solo in parte.
Di grande significato è stata la riconsegna al popolo di dio della Parola. Dopo secoli di ‘ sonno’ per le note vicende della Riforma protestante, la Parola di Dio ha fatto il suo trionfale ingresso dentro l’orizzonte della fede vissuta. Il documento conciliare “ Dei verbum “ ne è l’emblema e la sintesi. Ma quanta strada resta ancora da fare per tornare a fare della Parola la via maestra per inoltraci con efficacia nel mistero cristiano e, in ultima analisi, nella nostra stessa più profonda verità.
Poi, la grande riforma liturgica che ha trovato compiuta espressione nel documento conciliare “Sacrosanctum Concilium “. Anche a questo riguardo, quanta per una più consapevole partecipazione del popolo di Dio alla liturgia, ma anche quanto lungo è il cammino ancora da fare.
Ancora: la coraggiosa riproposizione dell’ immagine di chiesa nella sua interna costituzione mirabilmente espressa nella “ Lumen gentium “: ritroviamo le basi per una nuova maniera di essere Chiesa.
Infine, ultimo tratto, quello configurabile con la dimensione di Chiesa estroversa, attenta e premurosa verso il mondo e la storia, proposto in maniera affascinante nella “ Gaudium et spes”.
Sì, il Concilio continuo a battere alla porta della nostra coscienza personale e collettiva, continua a sedurci attraverso l’invito ad essere, come Chiesa, profezia dell’amore di Dio per il mondo. Il Concilio sta sullo sfondo della nostra vita ecclesiale con tutta la sua forza provocatrice.
Accanto al Concilio, registriamo ora una nuova inattesa realtà. Mi riferisco all’irruzione dello Spirito nella persona e nel magistero di Papa Francesco. Riguardo a ciò molto abbiamo detto. Ma non a sufficienza. In alto e in basso, nella comunità cristiana, non pare si sia colto fino in fondo la straordinaria novità inaugurata da Papa Francesco. Il criterio della continuità che si continua talvolta a richiamare appare del tutto insufficiente soprattutto perché sopravanzato da quello della novità. Propongo, al riguardo, una maniera semplice ma efficace di leggere “ Evangelii gaudium”: farne attenta e calma indagine con due matite di colore diverso. Con uno per sottolineare le affermazioni immediatamente percepibili nella loro bellezza; con l’altro per mettere in evidenza le affermazioni coraggiose. E’ un esercizio assai efficace oltre che fortemente sorprendente. Condotti per mano da Papa Francesco potremo fare il nostro ingresso serenamente e concretamente nella novità che egli propone.
Il Concilio, dunque, e poi Papa Francesco: due orizzonti di senso ecclesiale che dispensano da giudizi e valutazioni sia sui predecessori che su i successori del Papa attuale. Il nostro non è uno sguardo fisso sugli uomini, qualunque sia la loro importanza e grandezza, ma sulla misteriosa, imprevedibile azione dello Spirito. Non siamo interessati a celebrare ma solo a piegare la testa, in grata adorazione, davanti alla presenza del Signore che cura come vuole la sua Chiesa.
Questo, soprattutto perché c’è un altro orizzonte che si impone con crudezza alla nostra attenzione accanto a quello tracciato dal Concilio e a quello promosso da Papa Francesco. E’ l’orizzonte di una realtà ecclesiale che, soprattutto nella vecchia Europa, sembra incamminata verso un declino inarrestabile. Chiese sempre più vuote, partecipanti sempre più anziani. Sappiamo benissimo che ci sono anche molti fermenti di vitalità, che non sarebbe difficile elencare. Ma il quadro di fondo resta quello descritto.
Allora ? L’esperienza religiosa cristiana va, forse, verso la sua conclusione ? Qualcuno può pensarlo con vero sgomento. In realtà occorre invece dire, alto e forte, che non la comunità ecclesiale è alla sua fine ma solo una sua modalità, un suo modo di organizzarsi. Fra cento anni, forse, niente ci sarà più della nostra attuale forma istituzionale: linguaggi, usanze, pratiche e così via. Forse niente sopravvivrà a questa mutazione che peraltro è in atto da almeno cinquecento anni. Con la modernità e la postmodernità questa forma del cristianesimo europeo potrà anche scomparire. Ma non scomparirà la Chiesa. Questo è il punto. Anzi, questa è la straordinaria certezza che potrà ridare forza e vitalità a chi vorrà fare della sua vita uno spazio di Vangelo.
Voglio dire che la Chiesa non coincide con la forma istituzionale che ha voluto darsi nel corso del tempo. La Chiesa è dove si accoglie il Vangelo e si professa che Gesù è il Signore. In questa basilare verità ognuno potrà trovare il suo posto, il suo ruolo di costruttore di Chiesa. Un nuovo protagonismo si profila all’orizzonte. Così la vitalità della Chiesa non sarà più solo questione di pochi. Pochi preti, pochi vescovi, pochi laici. Sarà lì dove uno o più confessano apertamente, per dono di Dio, la loro fede nel Signore risorto. “Io ho piantato, Apollo ha irrigato, ma chi fa crescere è Dio “( ICor ). La Chiesa è opera di Dio, è Lui che la fa vivere e crescere. E’ Lui ed il suo Spirito che la seminano imprevedibilmente nei solchi della storia, a qualunque latitudine.
Le modalità di incarnare il Vangelo sono transitorie, legate ad una determinata cultura e per questo esposte al deperimento. Ma la Parola di Dio rimane in eterno.
Questo è il tempo che ci è toccato di vivere, in cui tutto è Grazia, tutto è misteriosa semina di Dio, in cui grano e zizzania crescono insieme, in cui sembra al tramonto il nostro sogno di essere discepoli innamorati del Vangelo, ma che invece sta lievitando in una nuova e non prevedibile vitalità.
L’evento conciliare, questo lungo apparente letargo post conciliare, il fresco agitarsi del ramoscello di mandorlo che ha nome Francesco, tutto, proprio tutto ci invita a pensare che le stagioni di Dio non sono le stagioni dell’uomo. E Dio continua a guardare e guidare le stagioni dell’uomo con infinito amore e pazienza.

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