Archivio per marzo, 2015

LA MORTE DELL’ARTISTA PAOLO SIGNORINO. OGGI POMERIGGIO I FUNERALI AL DUOMO DI SALERNO. L’ORIGINALE RICORDO DI UN SUO VECCHIO COMPAGNO DI SCUOLA

25 marzo 2015

Lettera a Paolo Signorino
Caro Paolo,

così il generoso tuo cuore ha deciso di arrendersi e di volare alto alla ricerca di una realtà nuova che offra spunti inediti al tuo estro artistico già catturato, qui in terra, dalle testimonianze più vere e delicate messe a disposizione da madre natura.
I viaggi della speranza, lungo l’abituale tratta della Salerno – Milano e della Milano – Salerno, hanno esaurito il loro compito ed hanno deciso di cambiare itinerario, consegnandoti tra le braccia accoglienti della sovranità misericordiosa di Dio Padre.
Ne sono trascorsi di anni da quando, nel lontano primo ottobre del 1947, ci conoscemmo a Battipaglia tra i ristretti ambienti di casa Galdi ove tre autorevoli intellettuali locali, Francesco Crudele, Severino Guerriero ed Italo Rocco decisero di dar vita ad una scuola media privata per far fronte alla carenza di una istituzione scolastica statale.
Ci scoprimmo subito amici, motivati come eravamo a percorrere gli sconosciuti sentieri del sapere ma anche consapevoli dei non trascurabili sacrifici affrontati giorno per giorno dal tuo papà, dignitoso ferroviere, e dal mio, responsabile di avere messo al mondo altri sei fratelli e sorelle, per far fronte agli oneri della pur contenuta retta mensile.
Senza indugi, al conseguimento della licenza media dell’epoca, decidemmo di iscriverci al ‘ Regina Margherita’, l’istituto magistrale storico di Salerno, che ci avrebbe consentito, in tempi brevi, di acquisire l’abilitazione all’insegnamento nelle scuole elementari e sostenere gli esami di concorso per la conquista di una cattedra. Nel prendere questa decisione avevamo piena consapevolezza che il liceo classico, indirizzo di studio all’epoca funzionale alla formazione della nuova classe dirigente del Paese, era di fatto a noi proibito condizionati come eravamo dalla necessità di diventare al più presto economicamente autonomi dalle rispettive famiglie d’origine.
Durante i quattro anni di frequenza del corso di studi emerse subito lo straordinario potenziale di creatività che alimentava la tua spiccata tendenza alla produzione grafico – pittorica. Agli esami di maturità il caso volle che il commissario di disegno fosse Mario Carotenuto che immediatamente colse in te l’eccezionale estro artistico mentre, inesorabilmente, condannò me a sostenere, in questa sua disciplina, gli esami di riparazione a fine settembre.
Le nostre strade professionali, così, si divisero ma la nostra amicizia si consolidò ulteriormente.
Ebbi modo, però, di seguire i tuoi successi in campo artistico, le tante mostre che illustravano la tua preziosa opera non solo in Italia ma anche all’estero. A dire il vero anche tu, seguendomi a distanza, manifestasti piacere e soddisfazione, per qualche mio successo in campo professionale e in alcune sedi istituzionali.
Scoprimmo sempre di più che l’affetto che si era consolidato nel corso di oltre mezzo secolo, ora, con l’avanzata, comune maturità, si era cementato in salda stima, in una sempre più convinta presa d’atto dell’originalità della tua attività espressiva e dell’ inesauribile tua ricchezza d’animo.
In questi ultimi tuoi anni di vita, alimentati da un subconscio sempre più vivacemente condizionato dalle dinamiche proprie di un anomalo, bizzarro calcolo delle probabilità, ho potuto rendermi conto di quanto risultasse importante per te, per i tuoi cari, per gli amici e per l’ampia schiera di tuoi estimatori la figura di un impareggiabile angelo custode terreno interpretato, in umiltà e con straordinario pathos partecipativo, dall’ineguagliabile tua sorella Anna.
Addio Paolo, vecchio, caro, insostituibile mio amico,

Ambrogio Ietto

LA DOMENICA CON DON GIULIO CIRIGNANO: “RICONSEGNARE LE RESPONSABILITA’ A PERSONE LIBERE DALLE NOSTALGIE DEL PASSATO E CAPACI DI FUTUTO

22 marzo 2015

IL SECONDO PONTIFICATO DI PAPA FRANCESCO
Secondo anniversario della elezione di Papa Bergoglio. E’ tempo di riflessioni serie e coraggiose. Serie perché quanto maturato in questo breve lasso di tempo merita il coinvolgimento positivo e fattivo di quanti hanno a cuore il bene non solo della Chiesa ma anche della stessa convivenza umana. Coraggiose perché questi due anni hanno messo in evidenza un’inimmaginabile resistenza da parte della vecchia mentalità. Credo che Papa Francesco abbia toccato con mano quanto il Cardinale Martini aveva con franchezza dichiarato circa i ritardi di alcuni ambienti della Chiesa. Ritardi preoccupanti e pericolosissimi.
Tuttavia niente pessimismi. Nel momento in cui prendiamo atto di tali ritardi non possiamo fare a meno di pensare alla forza e alla presenza dello Spirito. E’ Lui che mantiene il cuore libero da sterili apprensioni. Ed è sempre Lui che rinnova l’invito a ciascuno di fare il possibile per far sentire a Papa Francesco, in maniera concreta, la disponibilità seguirlo sulla strada del rinnovamento.
Una recente esperienza mi ha fatto molto riflettere:
con un piccolo gruppo di sacerdoti di varia età ci siamo trovati a ragionare sul momento che, grazie a Papa Bergoglio, stiamo attraversando. Con stupore ho dovuto prendere atto di una diffusa, ostinata difficoltà a sintonizzarsi con l’ attuale, concreta situazione di novità.
Conosco quei sacerdoti, sono impegnati e buoni. Tuttavia nel clero, anche in quello migliore, permane talvolta l’atteggiamento mentale tipico di persone che si considerano arrivate, non più bisognose di studio e aggiornamento, paghe degli studi fatti in gioventù, poco propense alla curiosità intellettuale. Quella di apprendere a dubitare e a mettersi in discussione è un arte difficile.
Ma, forse, questa è solo una parte della verità. La vera ragione della difficoltà a recepire le provocazioni che giungono dalla felice azione di Papa Francesco e che cercavo di proporre alla loro attenzione sta, molto probabilmente da un’altra parte. Sta nel fatto che, personalmente, non avevo alcun titolo per gestire il ruolo di guida nei loro confronti se non la maggiore età e il fatto che, per diversi di loro, ero stato insegnante di Sacra Scrittura. Troppo poco per poter pensare di rompere quel muro di personale, legittima autonomia di pensiero che ciascuno, con il passare degli anni, si costruisce.
Mi sono reso lucidamente conto, allora, che solo chi ha responsabile autorità nella Chiesa può e deve, in questo momento, coinvolgere i sacerdoti e il laicato in generale nel cammino di conversione alla novità suggerito dal Papa.
Sto pensando al vescovo. Il vescovo, fratello tra fratelli, in totale fedeltà alla semplicità evangelica.
Ma per far questo dovrebbe scendere da quell’inutile piedistallo che il gerarchismo postridentino ha costruito, dovrebbe deporre i segni di quella superiorità diventata una vera e propria contro-testimonianza non più sopportabile, dovrebbe ritrovare il tratto ed il linguaggio della comunione umile e fraterna.
Dopo il primo momento del pontificato e, soprattutto, dopo la pubblicazione della “Evangelii Gaudium” c’era da augurarsi che molti, spontaneamente, spinti dall’esempio di Papa Francesco riconoscessero i segni dei tempi e, senza farsi troppo pregare, ritrovassero il profilo evangelico del vero servitore della gioia verso tutti coloro che sono stati affidati alla loro responsabilità, spogliandosi completamente di quel pesante fardello storico che li fa sentire al di sopra. Non lo hanno fatto.
Anzi, alcuni hanno addirittura assunto la faccia feroce manifestando un dissenso che non dobbiamo temere di definire colpevole, non tanto perché rivolto verso la persona del Papa quanto piuttosto contro lo stesso Evangelo che non giustifica più quello stile da controriforma che, ora, è del tutto fuori stagione.
Ecco perché ho parlato di coraggio. Perché, in spirito di gratitudine, abbiamo il dovere di alzarci in piedi per dire alto e forte il gaudio che Papa Francesco ci ha rimesso in cuore. Lo so, siamo tutti figli della Controriforma con tutto ciò che essa significa, tutti con la congenita difficoltà ad affrontare il nuovo esodo verso il cuore del vangelo e dell’uomo di oggi.
Ma questo non può scoraggiarci. Ritengo, infatti, che in modo particolare i colleghi biblisti, sparsi nelle diverse diocesi italiane sentano la spinta a farsi custodi appassionati dei doni e delle provocazioni dello Spirito. In ogni diocesi spetta a loro, certamente in comunione con gli altri carismi e ministeri, il compito di togliere la polvere che in questi secoli si è posata sulla Parola di Dio, spetta a loro richiamare l’attenzione a quella emozione originaria suscitata dalla Pasqua e consegnata nelle Scritture come forza di una perenne giovinezza della Chiesa.
Non abbia paura Papa Francesco a guardare in faccia la situazione della Chiesa, in particolare quella italiana, resa – in questi ultimi tempi – quasi terra di occupazione sistematica, secondo una logica di restaurazione e debole obbedienza alle consegne conciliari. Per questa ragione essa, nella sua configurazione, va destrutturata profondamente. Strada estremamente complessa ma da non tardare ad intraprendere, per riconsegnare la responsabilità a persone libere dalla nostalgia del passato e capaci di futuro.
Nell’ esperienza ecclesiale due sono le accezioni della parola “ passato”. Una è quella che si riferisce al passato di Dio, che non solo non va dimenticato ma, al contrario, continuamente attualizzato. Sono le grandi opere di Dio che hanno trovato nella storia di Gesù morto e risorto il loro punto più alto.
L’altra accezione è quella del passato degli uomini che, invece va continuamente sottoposto a verifica di fedeltà al passato di Dio. E’ venuto il momento di comprendere che la fine di una stagione ecclesiale non è la fine della proposta evangelica, ma solo la conclusione di una modalità di rendere tale proposta capace di orientare la vita.
Destrutturare la Chiesa dalle sedimentazioni del passato degli uomini è, come già detto, impresa difficilissima, delicata, perfino umanamente impossibile. Solo lo Spirito può realizzare un compito tanto complesso e, nello stesso tempo, anche tanto importante per il destino stesso della Chiesa. Per questo, a noi non resta che pregare il Signore. Pregarlo con passione e costanza. Lui ha aperto il nostro animo alla speranza, non sarà certo Lui a richiuderlo. D’altra parte il Papa ha già fatto tanto, con il suo stile di vita, con le sue parole. Indietro non si potrà più tornare, anche se alcuni in cuor loro lo sperano. Papa Francesco deve solo continuare, attuando quanto ha già scritto.
A questo proposito è quanto mai opportuno andare a rileggersi e meditare con spirito di fede quanto è fissato con assoluta chiarezza al numero 31 della “Evangelii Gaudium”, oppure le ispirate parole circa la mondanità spirituale (nn.93-97). Se questo non fosse sufficiente c’è sempre il n.104 della mirabile esortazione a spengere qualsiasi tentativo di fuga dalla logica evangelica.
Non abbia timore il Santo padre del suo coraggio. Il popolo di Dio è con lui. Soprattutto è con lui il Signore che lo ha scelto per riaccendere in molti la gioia di essere credenti.
Il Papa può farsi forte di una certezza. Se una stagione è conclusa, quella che ha aperto attende di essere riempita, resa vitale ed affascinante dalla attuazione delle prospettive consegnate nella “Dei Verbum”, nella “Lumen Gentium”, nella “Sacrosanctum Concilium”, nella “Gaudium et Spes”. Praterie immense di bellezza stanno davanti a noi.
La Parola nella sua saporosa verità, la configurazione interna della Comunità ecclesiale nel segno della pari dignità di tutti i battezzati e quindi nella fraternità e nella responsabilità del laicato, la liturgia come festosa partecipazione del popolo di Dio non da semplice e passivo spettatore, il rapporto Chiesa-mondo quale attuazione della premura di Dio. Si, praterie di bellezza che non possono essere rubate da nessuno.
Una domanda non possiamo a questo punto eludere. Questa: se i rigidi tutori dell’ordine costituito, se gli inossidabili custodi del passato che spesso hanno pure la presunzione di essere difensori e maestri di vita cristiana fossero stati presenti quando Gesù trasgrediva il sabato, praticava pubblicani e peccatori, frequentava quelli che erano ritenuti proprio dai tutori religiosi dell’epoca intoccabili e infrequentabili come lebbrosi, donne, bambini, quando dichiarava la suntuosa costruzione cultuale come ormai del tutto esaurita nel suo compito e così via elencando le amabili“stranezze” del rabbi misericordioso e mite, da che parte sarebbero stati?
Con buona probabilità dalla parte del Sinedrio. Il Sinedrio di ieri e i sinedri di oggi: nel mezzo i poveri cristi di sempre, in attesa di parole e gesti di speranza.

19 MARZO: UNA DATA E UN GIORNO DA RICORDARE

19 marzo 2015

19 Marzo 2015
Ambrogio IETTO

PER NON DIMENTICARE

L’odierna giornata assume un significato di particolare ricchezza pedagogica che val la pena di richiamare e di sintetizzare per i nostri lettori: innanzitutto il calendario liturgico della Chiesa cattolica e di quella ortodossa celebra San Giuseppe, sposo di Maria Vergine e padre putativo di Gesù. Secondo i Vangeli Giuseppe, discendente del re David e residente nel borgo galileo di Nazaret, svolge qui il mestiere di tecton, vale a dire di semplice operaio del legno, pur adattandosi ad accettare anche lavori paragonabili al fabbro ferraio e al muratore di oggi. Durante il periodo di fidanzamento con Maria un angelo lo informa che “ quel che è stato concepito in lei è opera di Spirito Santo” e gli impone di dare al nascituro il nome di Gesù. La percezione diffusa tra i credenti porta ad identificare la figura di Giuseppe con una persona buona, paziente, rispettosa delle leggi tanto da recarsi a Bethlehem, con Maria incinta, per obbedire all’ordine di Augusto che prescriveva, anche in territorio di Erode, il censimento. E sarà proprio in quei giorni, nel luogo discreto di una grotta, che vedrà la luce il figlio di Dio. Il 19 di marzo in Italia viene celebrata anche la ricorrenza civile della festa del papà che in molti altri Paesi è fissata per la terza domenica di giugno. Trattasi di una ricorrenza, complementare a quella della mamma, finalizzata a festeggiare la paternità e i padri in generale. L’abbinamento di questa ricorrenza civile con la celebrazione liturgica, per certi aspetti incoraggiato e sostenuto anche dalla realtà imprenditoriale e mercantile, si è consolidato, in particolare, nei Paesi di tradizione cattolica. Oggi non c’è famiglia che non ricordi questo specifico rapporto di coppia figlio/a – padre. Esso, magari, si concretizza nella consegna di un dono semplice, più o meno costoso, che assume un’importante valenza simbolica. Spesso l’incontro è scarno di effusioni ma particolarmente intenso dal punto di vista emotivo. I processi di trasformazione anche della classica famiglia italiana, identificata molto spesso col richiamo dei prodotti del ‘ Mulino Bianco ‘, rendono piuttosto debole questa figura soppiantata quasi sempre da quella materna. Eppure un’interazione dialogica ed interattiva padre-figlio/a, preziosa oggi anche per la stabilità della vita coniugale, rimane fondamentale per il rafforzamento di specifiche dinamiche emotivo – affettive non di rado in crisi a causa dello stacco generazionale, apportatore di pregiudizi e di riserve mentali. Infine oggi in Campania si celebra il valore e il rispetto della legalità. La decisione di far coincidere col 19 di marzo di ogni anno una riflessione sistematica, nelle scuole e nei luoghi di lavoro, su questo essenziale aspetto della vita sociale e della cittadinanza attiva, fu voluta per ricordare il brutale assassinio di don Giuseppe Diana, consumatosi a Casal di Principe il 19 marzo 1994, nella chiesa di san Nicola di Bari, mentre si accingeva a celebrare la messa quotidiana. Un camorrista lo affrontò con la pistola e gli sparò ben cinque proiettili tutti andati a segno. Don Peppino morì all’istante. Era la festa religiosa di San Giuseppe e ricorreva per il parroco la festività onomastica. Dunque un piano progettato nei dettagli. Si cercò anche di depistare le indagini, descrivendo il parroco di Casal di Principe come frequentatore di donnine e, quindi, non come vittima ma comune appartenente ad uno dei tanti clan della zona. Successivamente l’autore materiale del delitto si consegnò all’autorità giudiziaria e cominciò a collaborare con la giustizia, ricevendo una condanna a 14 anni di carcere. Il martirio di don Diana è ricordato oggi per richiamare ciascuno di noi all’assoluto rispetto della legge. Le vicende di corruttela diffusa che vive l’intera Italia e la nostra terra in particolare, che costituiscono un monito per quanti, in silenzio e nell’umiltà della propria condizione sociale, compiono il proprio dovere di cittadini onesti, debbono far riflettere, in questa fase preparatoria alle elezioni regionali, soprattutto la pletora di aspiranti candidati che chiedono, comunque, un posto al sole nelle liste. Tutti fanno dichiarazioni di buongoverno. Nei fatti poi l’Italia raggiunge, senza particolari sforzi, la speciale classifica di paese tra i più corrotti del mondo.

LA SCUOLA HA BISOGNO SOPRATTUTTO DI DIRIGENTI IDONEI E MOTIVATI AD ANIMARE E SOSTENERE UNA MIGLIORE QUALITA’ DELLA DIDATTICA

15 marzo 2015

Ambrogio IETTO
PIU ‘ POTERE AL DIRIGENTE SCOLASTICO ?
Da giorni l’attenzione dei mezzi di comunicazione di massa è rivolta in modo particolare al nostro sistema scolastico. Senza dubbio questo è un bene perché si scrive, si legge e si discute del comparto più essenziale e delicato della vita organizzata di un Paese.
All’attenzione generale, di addetti ai lavori e di orecchianti, c’è la cosiddetta ‘ buona scuola’ di Renzi e della fortunata responsabile del ministero della pubblica istruzione professoressa Giannini che, da ex rettore di un’università storica, qual è quella per gli stranieri di Perugia, e da qualificata ordinaria di glottologia e linguistica avrebbe fatto bene ad interessarsi primariamente delle gravi lacune del sistema universitario italiano collocato nei bassifondi della speciale graduatoria di merito redatta da organismi internazionali specializzati.
Invece ella non ha indugiato un attimo, una volta compiuto il salto acrobatico da ‘Scelta civica’ al partito democratico, nel sostenere le idee non sempre eccellenti generate dai consiglieri e da dirigenti ministeriali cui fa riferimento il presidente del Consiglio.
Al momento non è possibile trovare in rete il testo del disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri al fine di esprimere delle ponderate considerazioni.
Una delle proposte enfatizzate dai quotidiani e dalle emittenti nazionali riguarda il consolidamento del cosiddetto potere dei presidi ( ancora non si riesce a socializzare che la qualifica esatta è quella di dirigente scolastico che ha sostituito, da oltre un decennio, quella di preside e, soprattutto, l’altra di direttore didattico, una figura professionale che, dall’unità d’Italia a qualche anno fa, ha contribuito in termini significativi al processo innovativo della scuola dell’infanzia e primaria ).
Dal comunicato – stampa leggibile sul sito del Ministero si prende nota che ‘ i presidi potranno scegliere la loro squadra, individuando i nuovi docenti che ritengono più adatti per realizzare i Piani dell’offerta formativa all’interno di appositi albi territoriali costituiti dagli Uffici Scolastici Regionali. In questi albi confluiranno i docenti assunti nel primo anno attraverso il piano straordinario di assunzione e poi tramite concorsi’.
Non si ha idea da quali referenze i nomi dei neo – assunti docenti saranno accompagnati.
L’augurio è che si annotino gli studi superiori seguiti dal singolo interessato, le competenze possedute, le esperienze innovative compiute in Italia e all’estero. In questo caso i dirigenti potranno chiamare, presso l’istituzione scolastica di cui sono rappresentanti legali, soprattutto se istituti comprensivi o rimanenti direzioni didattiche, i docenti dotati di laurea in lingua inglese, di diploma di conservatorio musicale, di laurea in scienze motorie.
Va ricordato che questi insegnamenti sono da sempre presenti nel curricolo della scuola di base ( anche l’introduzione della lingua inglese risale ormai all’art. 10 della legge n. 148/1990).
Ebbene per 25 anni ci siamo accontentati, pur salvando le inevitabili eccezioni, di docenti formati come mediatori di lingua inglese in non più di 150/200 ore di formazione. Gli stessi corsi di laurea magistrale in scienze della formazione primaria pullulano di tutti i filoni della psicologia e della pedagogia speciale, ma difettano di itinerari formativi seri in educazione motoria e in strumento musicale. Anche l’ esame in lingua inglese si colloca, come programma e come metodologia, al medesimo livello degli altri comuni corsi di laurea.
Quindi i dirigenti scolastici si dovranno accontentare di molto poco dal punto di vista qualitativo, a scapito della cosiddetta buona scuola.
Speciale attenzione meritano le chiamate dirette e personalizzate. Anche nella storia della scuola italiana ci sono precedenti poco incoraggianti al riguardo. E’ sufficiente richiamare la legge sul cosiddetto tempo pieno, la n. 820 del 1971. Questa norma diede ai direttori didattici dell’epoca la facoltà di chiamare ad personam docenti di ruolo che dichiarassero di possedere competenze in linguaggi non curricolari ( musica, danza, ginnastica ritmica, attività plastico – figurative ed espressive ).
La disposizione fu una vera manna caduta dal cielo: migliaia di docenti, relegati nel Cilento, nell’alto Sannio, in Irpinia montana, nelle isole, nelle molte zone impervie della nostra Penisola furono assegnati presso le scuole che avevano attivato il tempo pieno e di lì non si mossero più perché, dopo poco, il generoso legislatore offrì loro la possibilità di rimanere presso la stessa sede occupata in via provvisoria.
I dirigenti scolastici, a seguito dell’autonomia acquisita, sono già in difficoltà per un lungo elenco di adempimenti contabili ed amministrativi loro assegnati dal legislatore e dalla burocrazia di vertice del Miur. Essi sono sotto il fuoco di fila, da un lato, di piccole imprese che concorrono alle varie gare per la fornitura di materiale tecnologico e di consumo indispensabile alle scuole e, dall’altro, di genitori pronti ad attivare contenziosi spesso stupidi per liberarsi da sensi di colpa derivanti dalla personale, inadeguata azione educativa elaborata e portata avanti coi figlioli.
Inevitabilmente molti dei responsabili delle istituzioni scolastiche, assorbiti da adempimenti di questo tipo, sono ormai disancorati dalla didattica e ininfluenti sulle opzioni pedagogico – metodologiche degli insegnanti, non di rado galvanizzati da una malintesa interpretazione del principio costituzionale della libertà didattica.
L’altro giorno su quotidiani locali è apparso un bando di gara, firmato dal dirigente scolastico del Liceo Regina Margherita di Salerno, per un importo di 517.403,21 euro più Iva per l’adeguamento normativo e di efficienza energetica dell’edificio.
Sì, anche questo fanno oggi i dirigenti scolastici, in particolare quelli della Campania, delle Puglie, della Calabria e della Sicilia destinatari di speciali interventi della Commissione Europea che, non avendo fiducia nello Stato centrale italiano, nelle amministrazioni dei Comuni e delle Province, carica la responsabilità sulla correttezza delle procedure e sulla vigilanza delle opere in corso sui capi delle scuole, facendo affidamento sulla deontologia professionale e sull’onestà degli stessi i quali, di conseguenza, sono costretti a trascurare la didattica e, quindi, l’effettiva qualità del servizio erogato.

Utilizzando il sito, accetti l'utilizzo dei cookie da parte nostra. maggiori informazioni

Questo sito utilizza i cookie per fonire la migliore esperienza di navigazione possibile. Continuando a utilizzare questo sito senza modificare le impostazioni dei cookie o clicchi su "Accetta" permetti al loro utilizzo.

Chiudi